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	<title>Elisa Malvestito &#187; recensioni</title>
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		<title>Suite francese. Una Storia vera.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2015 15:52:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non ho mai letto nulla di Irène Némirovsky, scrittrice francese ebrea originaria di Kiev, deportata ad Auschwitz nel luglio 1942 dove morì poche settimane dopo. Non avevo neanche mai sentito parlare di Suite Francese, l’ultima opera letteraria incompiuta della Némirovsky e pubblicata postuma solo nel 2004. Una storia che, secondo me, ha dell’incredibile se si ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.elisamalvestito.it/web/wp-content/uploads/2015/03/suite_francese.jg_.jpg"><img class="aligncenter wp-image-2322 size-full" src="http://www.elisamalvestito.it/web/wp-content/uploads/2015/03/suite_francese.jg_.jpg" alt="suite_francese.jg_" width="599" height="453" /></a></p>
<p>Non ho mai letto nulla di <strong>Irène Némirovsky</strong>, scrittrice francese ebrea originaria di Kiev, deportata ad Auschwitz nel luglio 1942 dove morì poche settimane dopo. Non avevo neanche mai sentito parlare di <strong><em>Suite Francese</em></strong>, l’ultima opera letteraria incompiuta della Némirovsky e pubblicata postuma solo nel 2004. Una storia che, secondo me, ha dell’incredibile se si pensa al momento in cui è stata scritta.<br />
Nel <strong>giugno 1940</strong> la <strong>Francia</strong> era stata occupata dalle truppe tedesche e alla fine del mese era stata divisa in due grossi blocchi: una zona militare di occupazione a nord del paese e un governo collaborazionista, noto con il nome di Repubblica di Vichy, nella parte meridionale. La Némirovsky inizia a lavorare alla sua opera in piena occupazione militare e, nonostante le difficoltà che, in quanto francese e per giunta ebrea, deve quotidianamente affrontare, si immagina una struggente storia d’amore tra una giovane francese appassionata di musica classica e un giovane ufficiale tedesco. La dolcezza con la quale viene ritratto il soldato nazista stupisce se si pensa all&#8217;autrice e al contesto storico nel quale stava vivendo. Colpisce la sua sensibilità nel ritrarre un uomo che rappresentava non solo il suo nemico, ma soprattutto quello che sarebbe stato, poco tempo dopo, il suo aguzzino. Stupisce la sua capacità nell&#8217;intravedere, dietro ad una divisa militare, l’umanità nascosta di un giovane tedesco, costretto a combattere per una causa non sua e per nulla convinto dei metodi adottati dai suoi superiori.<br />
<em>Suite francese</em> è un ottimo<strong> film storico</strong> per due motivi principali. Innanzitutto perché racconta una storia ambientata in un momento ben preciso, quello dell’occupazione militare nazista in Francia. Le scene dei bombardamenti che aprono il racconto sono ben costruite e del tutto verosimili rispetto alla realtà dei fatti. Parigi e la campagna circostante vennero duramente bombardate nel giugno 1940. Le bombe tedesche colpirono soprattutto obiettivi civili quali fabbriche, stazioni, strade perché lo scopo era quello di indebolire il nemico e sconvolgere la vita della popolazione civile. Anche l’arrivo dei soldati nazisti nel tranquillo paese di Bussy e i disordini che questo provocò è ricostruito in modo fedele. Si trattò di una vera e propria occupazione militare che comportò requisizioni di beni e averi, delazioni e uccisioni. Diversi sono gli episodi che vengono ricordati nel film: dall&#8217;invasione delle abitazioni da parte delle truppe tedesche, all&#8217;uccisione del podestà come atto di rappresaglia, alle violenze contro le donne. Il film quindi restituisce un episodio storico ben preciso e ci aiuta ad approfondire un tema ancora oggi poco noto in Italia.<br />
Oltre a questo, però, il film di<strong> Saul Dibb</strong>, regista britannico noto per un altro film di carattere storico (“La duchessa”, 2008), ci restituisce, in una nuova forma, una vera e propria <strong>testimonianza scritta</strong>. L’opera di Némirovsky, sebbene incompiuta e rimasta inedita per più di sessant&#8217;anni, ci restituisce uno spaccato di un’epoca e la visione del mondo di una donna che stava vivendo uno dei più tragici capitoli della storia del Novecento.<br />
Per concludere <em>Suite francese</em> è, secondo me, il frutto di un’operazione di <strong>divulgazione storica</strong> che riesce a trasmettere anche ad un pubblico di non esperti non solo una bella storia d’amore ambientata più di settanta anni fa, ma anche e soprattutto una storia vera. Una <strong>Storia</strong>, con la esse maiuscola.</p>
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		<title>Tutti al mare&#8230;o forse no!</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Oct 2014 16:53:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Breve recensione di una storica sul nuovo documentario “Vacanze al mare” di Ermanno Cavazzoni La mia prima impressione sul nuovo documentario di Cavazzoni non è stata molto positiva. Sono uscita dalla sala del Cinema Lumière di Bologna con un grande interrogativo in testa: quale messaggio voleva trasmettere il regista attraverso questa analisi antropologica sulle vacanze al mare degli italiani? ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>Breve recensione di una storica sul nuovo documentario “Vacanze al mare” di Ermanno Cavazzoni</h3>
<div id="attachment_2209" style="width: 444px" class="wp-caption aligncenter"><img class=" wp-image-2209 " src="http://www.elisamalvestito.it/web/wp-content/uploads/2014/10/Vacanze_al_mare.jpg" alt="Vacanze_al_mare" width="434" height="245" /><p class="wp-caption-text">Locandina del documentario &#8220;Vacanze al mare&#8221;</p></div>
<p style="text-align: left;">La mia prima impressione sul nuovo documentario di Cavazzoni non è stata molto positiva. Sono uscita dalla sala del Cinema Lumière di Bologna con un grande interrogativo in testa: quale messaggio voleva trasmettere il regista attraverso questa analisi antropologica sulle vacanze al mare degli italiani?<br />
Questa volontà di esplorare con un taglio semi-scientifico, quasi da moderno etologo, il<br />
comportamento dell’italiano medio (l’Homo litoralis, come dice lo stesso Cavazzoni) sulle spiagge della penisola mi era apparsa inizialmente insignificante e in parte forzata. Oltretutto il mio tentativo di analizzarlo come documentario storico rischiava di essere fuorviante.<br />
Il documentario di Cavazzoni non può essere definito un documentario storico in senso stretto. Innanzitutto per un uso limitato della tipologia di fonti. Tutto il documentario è costruito attraverso l’accostamento e il montaggio di “filmati di famiglia su pellicola o girati da cineamatori tra il 1920 e il 1980” (scritta che appare all’inizio del film) provenienti dall’archivio Home Movies di Bologna. La ricerca archivistica preliminare deve essere stata intensa e complessa. Guardare e selezionare migliaia di filmati famigliari non è stata sicuramente un’operazione semplice.<br />
Lo stesso lavoro di accostamento e montaggio delle scene selezionate è risultato efficace, soprattutto se lo confrontiamo con l’espediente narrativo utilizzato. Tutto il documentario, infatti, è costruito come se un etologo o un antropologo sociale ricostruisse i comportamenti di una razza animale durante un periodo di migrazione (l’essere umano durante le “vacanze al mare”). La voce narrante fuori campo che accompagna il susseguirsi delle immagini tragicomiche delle ferie d’agosto è uno strumento di narrazione non propriamente nuovo. Pensiamo a tutti i documentari naturalistici che scandiscono la programmazione di noti canali televisivi. L’utilizzo, però, dello stile “documentario naturalista” associato ad un’analisi comica del comportamento umano si è rivelato funzionale e adeguato al tema.<br />
Dicevo, uso limitato della tipologia di fonti. Questo perché nel documentario vengono usati solo i filmati di famiglia, senza una critica o una contestualizzazione storica della stessa fonte. Inoltre Cavazzoni non spiega come mai ad un certo punto gli italiani iniziano a “migrare” verso le coste della penisola per torturarsi al sole e affollarsi nell’acqua bollente. Solo un breve cenno, all’inizio del documentario, sulla conquista delle ferie da parte dei lavoratori a metà Novecento, ma nient’altro. Non ricostruisce un processo storico, ma si limita ad esaminare un dato di fatto.<br />
Difficile quindi definire “Vacanze al mare” un documentario storico. Questo è il motivo per cui all’inizio l’ho criticato abbastanza duramente. Inoltre non mi sembrava che il lavoro di Cavazzoni potesse essere utilizzato come fonte storica per ricostruire il fenomeno del turismo di massa della seconda metà del XX secolo. Si possono utilizzare le immagini, ma la voce narrante fuori campo è fuorviante. Probabilmente può darci molto più informazioni sulla società attuale rispetto a quella che prende in esame. Se lo si considera da questo punto di vista, emerge una società critica nei confronti di quella che l’ha preceduta, critica soprattutto nei confronti di un atteggiamento sessuale in parte oggi superato.<br />
Sono state queste perplessità e dubbi che mi hanno spinto a rivedere il documentario e ad analizzarlo da un’altra angolazione.<br />
Il film di Cavazzoni può essere considerato come un ottimo e valido prodotto “metastorico”. Permette, infatti, di riflettere non tanto sul fenomeno del turismo di massa o sui comportamenti sessuali dell’uomo, bensì sul ruolo che la storia e lo storico rivestono ai giorni nostri.<br />
Il primo spunto interessante emerge dall’analisi della tipologia di fonte utilizzata. “Vacanze al mare” è il primo lavoro culturale che utilizza il filmato di famiglia come documento di ricerca. Questo dovrebbe spingere gli storici ad interrogarsi su ciò che può essere considerato “fonte storica”, sulle innumerevoli tipologie documentarie che non hanno ancora acquisito tale riconoscimento e sulla ricchezza informativa che nuovi documenti possono trasmettere.<br />
Il secondo elemento che si ricava da questa nuova prospettiva di analisi è il linguaggio. Gli storici sono abituati a scrivere con un linguaggio accademico, ricercato e autoreferenziale. La voce narrante fuori campo, comica e tragica allo stesso tempo, usata nel documentario sottolinea l’esistenza di un registro linguistico alternativo. Il linguaggio storico non deve essere necessariamente complesso ed elitario, ma può adottare tecniche narrative e strumenti linguistici accattivanti e divulgativi.<br />
L’ultima riflessione riguarda il ruolo dello storico nella società contemporanea. Lo storico è un ricercatore, uno “scienziato dell’evoluzione umana” (March Bloch) che, a differenza di altri scienziati, si trova quotidianamente ad analizzare le azioni umane e le conseguenze che da queste derivano. Ogni azione umana genera però negli altri uomini un giudizio morale. Anche gli storici, in quanto Uomini, appartenenti cioè alla “razza umana”, sono dunque inclini a giudicare le azioni dei propri simili. E’ vero, lo storico deve ambire all’oggettività, ma non potrà mai raggiungerla completamente. La stessa voce narrante dell’etologo, il vero e unico protagonista del film, inizia la sua analisi con un tono assolutamente oggettivo e scientifico. Questa volontà razionale di ricerca rigorosa ed empirica presente nella prima parte del documentario si trasforma però in una conclusione malinconica e nostalgica.<br />
Questo è il messaggio celato di “Vacanze al mare”. Lo storico deve ambire all’oggettività e alla verità senza dimenticarsi della sua dimensione umana che emerge necessariamente nei suoi lavori. Le ricerche storiche infatti saranno sempre il risultato di un punto di vista soggettivo dato che alla base di esse vi è una precisa scelta da parte dello storico di trattare quel tema specifico secondo una predeterminata prospettiva.<br />
Lo storico deve quindi fare i conti con la propria soggettività: questa è la sua più grande responsabilità.</p>
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