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	<title>Elisa Malvestito &#187; ANPI</title>
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	<description>Consulente culturale</description>
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		<title>14 agosto 1944 &#8211; 14 agosto 2014. Il significato di una commemorazione</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Aug 2014 13:09:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[malveli]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.elisamalvestito.it/web/wp-content/uploads/2015/03/2014-08-14-16.18.09.jpg"><img class=" wp-image-2310 size-large aligncenter" src="http://www.elisamalvestito.it/web/wp-content/uploads/2015/03/2014-08-14-16.18.09-1024x576.jpg" alt="2014-08-14 16.18.09" width="620" height="349" /></a>Qualche settimana fa sono stata contattata dall&#8217;Anpi di Quarona. Mi è stato chiesto di tenere la commemorazione ufficiale per ricordare uno dei più tristi e cupi episodi della Resistenza Valsesiana, l&#8217;eccidio al Ponte della Pietà di Quarona (VC) del 14 agosto 1944. Una grande emozione e allo stesso tempo una grande responsabilità: quale significato può avere, oggi, a 70 anni di distanza, il ricordo di ragazzi uccisi sotto un ponte di un piccolo paese di provincia?</p>
<p>Questa la mia riflessione.</p>
<blockquote><p>Buonasera a tutti,<br />
vorrei iniziare questo mio breve intervento innanzitutto salutando e ringraziando le persone presenti qui oggi. Credo che questo non sia un gesto “scontato” perché penso che la vostra presenza qui oggi non sia per nulla scontata.<br />
Voglio ringraziare innanzitutto l’ANPI di Quarona, non solo per avermi invitata oggi, ma anche e soprattutto per l’importante compito che l’ANPI porta avanti nonostante le numerose difficoltà, quello di salvaguardare e promuovere i valori della Resistenza.<br />
Voglio anche ringraziare le istituzioni qui presenti. La vostra presenza è fondamentale in occasioni come questa. Il fatto che voi siate qui oggi, significa che lo Stato riconosce nel sacrificio di ragazzi morti 70 anni fa un significato profondo. Quel sacrificio è l’origine di quella Libertà di cui oggi godiamo.<br />
Infine, ma assolutamente non meno importante, voglio ringraziare tutti voi, presenti qui oggi. A mio avviso la partecipazione alle commemorazioni è importante come la partecipazione agli altri momenti della vita cittadina, perché è dalla partecipazione civica che nasce la Cittadinanza attiva.<br />
La riflessione che vorrei fare qui oggi parte da una definizione importante, quella di Luogo di Memoria, teorizzata da Pierre Nora, un noto storico francese e uno dei primi studiosi ad aver parlato di questo concetto. Dice Nora “un luogo della memoria è una unità significativa, d’ordine materiale o ideale, che la volontà degli uomini o il lavorio del tempo ha reso un elemento simbolico di una qualche comunità […] Il luogo della memoria ha come scopo fornire al visitatore, al passante, il quadro autentico e concreto di un fatto storico. Rende visibile ciò che non lo è: la storia […] e unisce in un unico campo due discipline: la storia appunto e la geografia”. Da questa definizione emergono le due caratteristiche principali che rendono tale un luogo di memoria.<br />
Innanzitutto un luogo di memoria è un luogo geografico, uno spazio fisico, testimone involontario di un avvenimento storico rilevante. Nella sua fisicità un luogo di memoria “rende visibile ciò che non lo è”. Trasmette, grazie alle tracce lasciate dallo scorrere del tempo, la testimonianza di un avvenimento fondamentale per la storia di una comunità. Noi oggi ci troviamo qui, al Ponte della Pietà di Quarona che esattamente 70 anni fa è stato teatro di una tragedia umana privata e pubblica. Alle ore 16.25 del 14 agosto 1944 venivano giustiziati, mediante impiccagione, cinque giovani ragazzi, “colpevoli” di essersi opposti ad un progetto di terrore sociale e politico voluto dal fascismo e dal suo alleato nazista.<br />
Gino Boccardo, operaio, 18 anni; Aldo Bordiga, operaio, 30 anni; Gino Francese, operaio, 18 anni; Vincenzo Lazzi, soldato, 23 anni; Augusto Pescio, fornaio, 32 anni.<br />
Questi i nomi dei cinque ragazzi che quel pomeriggio di 70 anni fa sono stati brutalmente uccisi da spietati e disumani carnefici. E questo ponte, sotto il quale ci troviamo oggi per ricordarli e celebrare il loro sacrifico, è il primo testimone di questo drammatico avvenimento: privato, perché ha portato un dolore indescrivibile all’interno di cinque famiglie, ma anche e soprattutto pubblico perché ha sconvolto l’intera comunità quaronese e valsesiana. Il Ponte della Pietà è senza alcun dubbio un Luogo di Memoria, così come lo definisce Nora.<br />
La seconda caratteristica che emerge dalla definizione dello studioso francese è, appunto, quella di COMUNITA’. Un luogo di memoria è tale se intorno ad esso, e alla storia che testimonia, una comunità si riconosce perché fa di quel determinato avvenimento un episodio fondamentale della sua storia e quindi della sua identità. Attorno al ricordo di un evento storico una comunità può identificarsi perché non solo riconosce di avere un passato comune, ma anche e soprattutto riconosce di avere valori condivisi. Ecco perché, secondo me, le cerimonie commemorativa nei Luoghi di Memoria sono fondamentali, soprattutto quelle legate alla Resistenza.<br />
In questi giorni riflettevo su quale significato hanno queste cerimonie che, anno dopo anno, vengono organizzate. Oltre al 25 aprile ci sono numerose giornate celebrate in tutto il nostro territorio in ricordo di eccidi commessi diversi anni fa. Nella sua tragicità questo è un dato da tenere sempre presente: è indice del ruolo fondamentale che ha avuto la Valsesia nel processo di Liberazione e per il quale ha ricevuto anche la medaglia d’oro al valor militare.<br />
Mi sono dunque interrogata sul significato di queste ricorrenze e vorrei condividere con voi il mio pensiero. Le cerimonie commemorative, a mio avviso, sviluppano tre tipi di coscienza, intesa letteralmente come la consapevolezza che un soggetto ha di sé e del mondo esterno con cui è in relazione. Intanto una cerimonia commemorativa, come quella di oggi, sviluppa la coscienza personale/individuale. Pensando ai cinque ragazzi del Ponte della Pietà penso alle mie origini, al mio passato, alle persone che devo ringraziare per quei diritti che oggi posso liberamente esercitare. Insomma, prendo consapevolezza della mia singola esistenza come cittadino dotato di diritti e doveri.<br />
In secondo luogo ricordare gli avvenimenti del 14 agosto del 1944 mi permette di rafforzare la mia coscienza civica. Riflettere sul prezzo che hanno pagato Gino, Aldo, Vincenzo, Gino ed Augusto per la libertà di cui oggi posso godere, deve spingermi ad impegnarmi nella mia comunità, nel mio territorio. Non sono, quindi, solo consapevole dei diritti e dei doveri che ho in quanto cittadino, ma sono spronata a esercitarli tutti i giorni nella mia comunità, vivendo in questo modo la mia cittadinanza consapevolmente.<br />
Infine, riflettere sul passato mi porta a immaginare quale futuro voglio per il mio Paese, la mia amata Italia. Prendendo a modello questi giovani di 70 anni fa sviluppo, quindi, una mia coscienza politica che mi spinge a mettere in pratica quei principi, a partire dalla quotidianità delle piccole cose.<br />
Ecco il profondo significato che ha continuare ad organizzare queste commemorazioni e partecipare a questi momenti. In particolare ricordare oggi il sacrificio dei cinque giovani del Ponte della Pietà significa innanzitutto prendere a modello questi cinque ragazzi nella nostra vita quotidiana. Gino, Aldo, Vincenzo, Gino ed Augusto ci hanno lasciato in eredità quella libertà che oggi possiamo esercitare perché sancita dalla nostra bellissima Costituzione. Essi erano sicuramente spinti da una visione del mondo lungimirante e costruttiva. E per questa visione del mondo hanno dato la loro vita. Non solo, quindi, dobbiamo celebrarli e ricordare il loro sacrificio, ma dobbiamo soprattutto vigilare su questa libertà, costruita su queste azioni. E vigilare sulla libertà significa dare il proprio contributo alla vita politica, intesa come vita della polis, della città, della comunità. Disinteressarsi della politica significa disinteressarsi della propria esistenza perché come essere umani possiamo esistere solo ed esclusivamente all’interno di una comunità.<br />
Ritornando alla commemorazione, vorrei proporvi un’ultima riflessione. L’eccidio del 14 agosto 1944 non è stato solo uno dei tanti eccidi che ha colpito il nostro territorio durante il periodo della Resistenza, ma è stato senza dubbio uno dei più spietati perché caratterizzato dall’assenza di PIETA’, di pietas, quel sentimento umano che dovrebbe spingere ogni individuo a rispettare il prossimo in quanto suo simile. Questa riflessione è secondo me attualissima oggi. Pensando a quanto sta accadendo in altre parti del mondo, da Gaza ad altri innumerevoli conflitti in diverse parti del mondo, emerge chiaramente qual è l’elemento che accomuna la storia di Quarona di 70 anni fa a quella che stanno vivendo oggi moltissime persone: l’assenza di Pietà. Come disse in una sua testimonianza padre Marco Malagola, uno degli ultimi testimoni di quella spietata esecuzione, “è mancata la Pietà al Ponte della Pietà” e questa mancanza di pietà continua purtroppo ad essere ancora presente oggi in molti scenari di guerra del mondo. Le parole di padre Marco mi hanno ricordato una poesia, studiata qualche anno fa sui banchi di scuola e tornata alla mente in questi giorni. La poesia è “Giorno dopo giorno” di Salvatore Quasimodo pubblicata nel 1947 nella raccolta omonima. Scrive Quasimodo:<br />
“Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue<br />
e l’oro. Vi riconosco, miei simili, o mostri<br />
della terra. Al vostro morso è caduta la pietà,<br />
e la croce gentile ci ha lasciati.<br />
E più non posso tornare nel mio eliso.<br />
Innalzeremo tombe in riva al mare, sui campi dilaniati<br />
ma non uno dei sarcofaghi che segnano gli eroi.<br />
Con noi la morte ha più volte giocato;<br />
s’udiva nell’aria un battere monotono di foglie,<br />
come nella brughiera se al vento di scirocco<br />
la folaga palustre sale sulla nube.”</p>
<p>Questa poesia simboleggia, per me, il valore che deve avere una commemorazione come quella di oggi: ricordare il passato per riflettere sul presente e agire per il futuro.<br />
Purtroppo nelle condizioni attuali i rischi di perdere queste occasioni sono molteplici. C’è innanzitutto il rischio che queste cerimonie si trasformino in eventi nostalgici e privi di riflessione, se non vengono organizzati con la giusta consapevolezza. C’è poi un altro e forse ancora più grave rischio: quello della mancanza di partecipazione, a cominciare dalle istituzioni. Ho iniziato questo mio breve intervento dicendo che non è per nulla scontata la presenza delle istituzioni oggi e che, anzi, è un elemento fondamentale per la riuscita in termini di riflessione di una cerimonia come questa. Per cui ringrazio ancora le istituzioni presenti. D’altro canto la mancanza di partecipazione popolare è sintomo di un disinteresse dei cittadini non solo della propria storia, ma purtroppo del proprio futuro. Ecco perché bisogna convincere e invitare insistentemente tutti i cittadini a partecipare alle cerimonie di ricordo.<br />
In questo modo potremo anche rispettare quel testamento morale lasciatoci in eredità dai nostri partigiani, ben racchiuso in queste povere ma dense parole scritte, poco prima della sua esecuzione a Parma il 4 maggio 1944, da un giovane studente di 18 anni, Giordano Cavestro, nome di battaglia Mirko: “Cari compagni, ora tocca a noi. Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia. Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile. Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care. La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio. Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà. Giordano.”<br />
Queste parole manifestano anche il valore del sacrificio compiuto dai nostri morti del Ponte della Pietà e potrebbero essere state scritte da uno di loro.<br />
Dopo questa lettera credo che ogni altra parola risulti superflua. Vorrei concludere questi miei semplici pensieri solamente con un augurio. Spero che un giorno i miei figli, i nostri figli, passando sotto questo ponte, possano raccontare ai propri di figli la storia di Gino, Aldo, Vincenzo, Gino ed Augusto, del sacrificio per la nostra e anche loro Libertà, cento e più anni dopo quella triste sera.</p></blockquote>
<p><a href="http://www.elisamalvestito.it/web/wp-content/uploads/2015/03/2014-08-14-17.31.33.jpg"><img class=" wp-image-2311 size-large aligncenter" src="http://www.elisamalvestito.it/web/wp-content/uploads/2015/03/2014-08-14-17.31.33-1024x576.jpg" alt="2014-08-14 17.31.33" width="620" height="349" /></a></p>
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		<title>25 aprile 2014. Le mie riflessioni</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Apr 2014 14:36:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Oggi sono stata invitata dall&#8217;ANPI di Borgosesia a tenere l&#8217;orazione ufficiale per le celebrazioni della Festa della Liberazione. Non è la prima volta che mi affidano questa compito, ma ogni volta lo vivo come un grande onore e una grandissima responsabilità. Di seguito vi riporto la breve riflessione che ho preparato per questa occasione. Buongiorno ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.elisamalvestito.it/web/wp-content/uploads/2014/04/25aprile_resistenza.jpg"><img class=" size-full wp-image-2253 aligncenter" src="http://www.elisamalvestito.it/web/wp-content/uploads/2014/04/25aprile_resistenza.jpg" alt="25aprile_resistenza" width="246" height="262" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Oggi sono stata invitata dall&#8217;ANPI di Borgosesia a tenere l&#8217;orazione ufficiale per le celebrazioni della Festa della Liberazione. Non è la prima volta che mi affidano questa compito, ma ogni volta lo vivo come un grande onore e una grandissima responsabilità.</p>
<p>Di seguito vi riporto la breve riflessione che ho preparato per questa occasione.</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em><span id="more-2164"></span>Buongiorno a tutti!</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Anche quest’anno ci ritroviamo insieme per celebrare una giornata importante che per il nostro Paese rappresenta la Liberazione non solo dall’invasore tedesco, ma anche e soprattutto dalla dittatura che per più di vent’anni ha soggiogato la nostra amata Italia.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Per me è un onore oggi essere qui e poter festeggiare questa ricorrenza con voi, e non dico questo per retorica o per obbligo, ma perché per me rappresenta un piccolo traguardo nel mio percorso di vita.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Appartengo a una delle ultime generazioni che ha avuto la fortuna di crescere con il mito del 25 aprile. Alle scuole elementari, che ho frequentato a Varallo perché di li sono originaria, mi sono state insegnate tutte le strofe dei canti partigiani più importanti; le maestre ogni anno ci accompagnavano alla sfilata del 25 aprile per le vie della città e durante alcune ore di scuola venivano spesso invitati partigiani a raccontarci della loro storia, che a me, bambina di 7/8 anni ricordava molto la favola del cavaliere che, senza paura, sconfigge il mostro che da anni tormenta gli abitanti di un paesino.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>“Da grande” ho avuto poi una seconda fortuna: quella di poter studiare questi racconti e questa storia attraverso la lente dello “storico” e di poter poi lavorare, grazie all’Istituto della Resistenza, con i bambini e i ragazzi per raccontare loro quello che ho imparato in questi anni di studi.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Ecco perché per me oggi è davvero un onore, perché posso condividere con voi le riflessioni che ho maturato in questi anni di studio e lavoro sul valore e sul significato della Resistenza come fenomeno storico e civile e quindi sull’importanza che ha ogni anno celebrare il 25 aprile.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>La Resistenza italiana si inserisce nel più ampio panorama delle resistenze europee, ma ha delle caratteristiche e delle peculiarità che la rendono unica all’interno di questo più ampio movimento europeo.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Innanzitutto la Resistenza italiana nasce come lotta contro una dittatura INTERNA e solo di conseguenza contro un nemico invasore. Il fascismo per due decenni ha soggiogato il popolo italiano con le armi della dell’inganno e della propaganda, approfittando non solo della situazione critica del nostro paese degli anni Venti, ma anche del disinteresse politico e della mancanza di capacità critica diffusa in diversi strati della società italiana. Gli antifascisti prima e i partigiani poi sono coloro che dotati di una coscienza politica e di un sentimento nazionale molto forte non si sono fatti abbindolare dall’incanto delle grandi opere e delle grandi parate, ma si sono subito resi conto del vero intento di queste azioni da incantatore.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Il fascismo aveva fatto leva su facili promesse, finte soluzioni, ma soprattutto sulla viltà e sulla paura di molti. L’antifascismo, che nasce subito e contestualmente alla nascita stessa del fascismo, comprende subito quali sono le vere esigenze del popolo italiane, ben lontane da quelle millantate dal partito fascista. Il destino della dittatura fascista è già scritto quindi nella sua nascita. Esso non crolla solo a causa della guerra e dell’intervento degli Alleati, ma perché fin da subito una minoranza del popolo italiano, quella più civilmente ed eticamente illuminata, denuncia la natura totalitaria del potere e mette in pratica quella rivolta necessaria che viene fin dal principio teorizzata.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Il secondo aspetto peculiare di questo movimento è che esso nasce come manifestazione di un diritto alla rivolta contro la tirannide e l’oppressione per difendere quei DIRITTI UMANI imprescindibili e inalienabili, senza i quali una società civile non solo non potrebbe definirsi umana, ma non potrebbe neanche esistere.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Questi diritti non sono una novità della Resistenza, ma trovano nella Resistenza una loro riaffermazione e nella Costituzione, eredità materiale e immateriale della Resistenza stessa, la loro legittimazione e sacralizzazione.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>E’ proprio questa seconda caratteristica del movimento della Resistenza che ci porta a dichiarare con fermezza che “una parte non può essere equiparata all’altra”. E’ vero che bisogna concedere “dignità storica” al fascismo, cioè studiarlo e analizzarlo come fenomeno storico, anche per far sì che esso non venga mitizzato oggi da forze sociali e politiche che spesso non lo conoscono e lo utilizzano in modo anacronistico per inquietanti propagande. Analizzarlo storicamente, non significa però sostenere che non ci fu alcuna differenza tra le vittime repubblichine e le vittime antifasciste: tra tedeschi e alleati e soprattutto tra repubblichini e partigiani esiste “una asimmetria irriducibile”, come dice Alberto Cavaglion in un bellissimo libro scritto alla figlia, dovuta all’impossibilità di conciliare i due ideali per i quali le due forze combattevano: da un parte a favore del totalitarismo, dall’altra a favore della libertà e della dignità umana. Non c’è alcun dubbio che si è eticamente e civilmente nel giusto quando si combatte per quest’ultima, per i suoi diritti e questo deve essere detto e affermato con forza e convinzione.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>A questo proposito mi piacerebbe leggervi un piccolo brano tratto dal famoso libro di Italo Calvino “Sul sentiero dei nidi di ragno”, dove questo principio emerge chiaramente:</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>“Lo spirito dei nostri e quello della brigata nera non sono la stessa cosa, ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, la nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini nel Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo nella parte del riscatto, loro dall’altra.”</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Se quindi da un punto di vista storico e scientifico non deve emergere alcun giudizio sul rapporto tra fascismo e Resistenza, dato che lo storico deve studiare il fenomeno il più oggettivamente possibile, come cittadini dotati di senso civico e rispetto per la dignità umana questa distinzione deve essere fatta e deve essere alla base della nostra società.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Ultima riflessione. Questi valori e questi diritti per i quali la Resistenza ha combattuto con il sacrificio di uomini e donne non erano estranei o nuovi al popolo italiano, ma erano il frutto di una tradizione e di una storia ben precisa del nostro paese che ha avuto inizio con i moti risorgimentali. Valori come quelli della libertà di pensiero, dell’uguaglianza sociale, della solidarietà e dell’indipendenza erano già stati affermati durante il Risorgimento mentre nel ventennio fascista vennero volutamente strumentalizzati e oscurati.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>La Resistenza ha dunque ridato voce a questi valori fondamentali, riprendendoli dai grandi pensatori risorgimentali e diventandone la più alta manifestazione. La Resistenza, così come il Risorgimento, è stata dunque l’azione di una minoranza che ha lottato nella clandestinità e che a scapito della propria vita ha riconquistato non solo quell’Unità nazionale andata perduta, ma anche quei diritti civili e politici che il fascismo aveva annientato.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Grazie a questa comunanza di ideali che unisce questa minoranza, la Resistenza può essere considerata l’unica “rivoluzione storica” che è riuscita ad unire ogni tipo di differenza sociale: uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri, militari e civili…perché ciò che faceva da collante era la volontà di riaffermare ad ogni costo la libertà lottando contro la tirannide.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>La Resistenza (e questa forse è la differenza più importante con il Risorgimento) non è stata la storia di uno o due eroi che hanno combattuto per tutti, ma di un popolo di eroi, i partigiani e gli antifascisti.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Questo è il motivo per cui la Resistenza diventa subito un Mito, prima ancora di diventare storia, perché i suoi eroi non sono uomini astratti e distanti, ma sono i nostri padri, i nostri nonni, i nostri concittadini, uomini semplici, onesti e coraggiosi che hanno dato la propria vita per la nostra libertà.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Grazie a questo, io e molti altri fin da bambini siamo cresciuti con il Mito della Resistenza e dei partigiani e grazie a questi esempi riusciamo oggi ad educare i giovani ad una maggiore coscienza civica.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>I morti della Resistenza sono un esempio di coraggio e sacrificio. Sono uomini che hanno combattuto per l’ideale più importante, la Libertà, e animati da questa sono accomunati, nonostante le differenze sociali, da un sacrificio che non ha eguali nella storia d’Italia. Vorrei leggervi una lettera di un ragazzo di 19 anni, Bruno Frittaion, nome di battaglia Attilio, fucilato il 1 febbraio 1945 raccolta tra le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”:</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>“Miei cari, nelle ultime ore è più vivo che mai il mio affetto per voi e voglio dedicarvi queste ultime righe. Il nostro comune nemico vuol fare di me solo un triste ricordo per voi, per tutti coloro che mi conoscono e mi vogliono bene. Mi hanno condannato a morte, mi vogliono uccidere. Anche nelle mie ultime ore non sono venuto meno nella mia idea, anzi è più forte e voglio che anche voi siate forti nella sventura che il destino ci ha riservato. Datevi coraggio, sopportate con serenità tutto ciò sperando che un giorno vi siano ricompensate le vostre sofferenze. Muoio, ma vorrei che la mia vita non fosse sprecata inutilmente, vorrei che la grande lotta per la quale muoio avesse un giorno il suo evento. Termino per sempre salutandovi e chiedendovi perdono di tutto ciò che ha potuto rattristarvi. Addio papà, mamma, Ines, Anita, salutatemi Elio il giorno che lui potrà tornare. Addio per sempre. Bruno.”</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Forse ricordando queste parole possiamo convincere i ragazzi, e non solo, dell’importanza di interessarsi della politica, intesa come il bene della comunità. Dobbiamo fare in modo che il sacrificio di Bruno e di molti altri ragazzi come lui non sia stato vano, ricordando sempre che sulla libertà bisogna vigilare dando il proprio contributo alla vita politica. Lo diceva anche Emanuele Artom nei suoi “Diari”:</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>“Il fascismo non è una tegola cadutaci per caso sulla testa; è un effetto della apoliticità e quindi della immoralità del popolo italiano. Se non ci facciamo una coscienza politica non sapremo governarci e un popolo che non sa governarsi cade necessariamente sotto il dominio straniero o sotto una dittatura”</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Da ultimo bisogna ricordarsi della grande solidarietà e collaborazione sociale e civile tra le varie forze che hanno preso parte alla Resistenza e che sono riuscite, dopo la guerra, a costruire insieme una Carta Costituzionale che è una delle più belle e complete del panorama mondiale. Questo è più che mai importante da ricordare oggi, in un momento di grave crisi economica, politica e sociale. L’esempio lasciatoci dagli antifascisti e dai partigiani deve ricordarci che è solo con la collaborazione e con l’unione di forze che si esce da un periodo oscuro.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Ecco la conclusione della riflessione che sto facendo oggi con voi, 25 aprile 2014, alla vigilia dei grandi festeggiamenti che si terranno l’anno prossimo nel quale ricorrerà il 70° anniversario della Liberazione. Non è solo importante continuare a studiare scientificamente la Resistenza, e lo dico innanzitutto a me come ricercatrice, ma è soprattutto necessario vivere la Resistenza tutti i giorni, rispettando la sua grande eredità, la Costituzione, aiutando i giovani a orientarsi nella società civile e soprattutto informandosi e occupandosi della vita politica del proprio territorio e del proprio Paese. Le conseguenze di vivere nell’indifferenza sono troppo gravi.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Vi saluto leggendovi un breve testo di Augusto Monti, scrittore e politico antifascista, ripresa da un testo posto come introduzione al libro “Antologia della Resistenza”. Dice Monti:</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>“Credete a noi che siamo quelli della Resistenza : avevamo ragione allora, abbiamo ragione adesso. Se amate davvero la Patria, se davvero vi sta a cuore la civiltà, venite, tornate con noi senza paure, senza esitazioni e senza secondi fini; ascoltate da questo libro la voce dei Matteotti, degli Amendola, dei Gobetti, dei Gramsci, dei Don Minzoni, dei Perotti, dei Banfo, degli onesti degli “ingenui”, che morirono resistendo al fascismo in difesa di Civiltà e Patria: unitevi ai superstiti loro commilitoni. Si tratta di salvare il meglio del vostro passato, si tratta di preparare a tutti un migliore avvenire. SI TRATTA DI SALVARE LA PACE”.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Buon 25 aprile e buona Festa della Liberazione!</em></p>
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